Friday, 3 September, 2010

Parola dell’American Association of Wine Economist, che ha pubblicato una ricerca su 13 concorsi americani. Non una sola bottiglia di vino in più, quindi, ma un grande business (milionario) per chi quei concorsi li organizza.

La ricerca evidenzia non solo come l’assegnazione di un premio non significhi in automatico maggiori vendite, ma che la vittoria del premio non sia assolutamente indice della bontà del vino, ma solo segno di fortuna: insomma, sarebbe un po’ come vincere a un concorso a premi, dove le estrazioni di numeri e la dea bendata svolgono il ruolo principale.

La notizie è riportata dal sempre puntuale e interessante Dissapore, che pone alla fine del suo post delle domande:

  • quanto spendono i produttori italiani annualmente in concorsi e premi?
  • e, soprattutto, sono soldi spesi bene?

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Influenza suini. L’Italia non importa dal Messico

Scritto da Antonio On aprile - 27 - 2009 1 commento

E’ la Coldiretti a dirlo, e noi qui vogliamo ripeterlo. Non viene venduta carne di suino messicano sul territorio italiano. Vero che questo significa ben poco, dal momento che tutto è in movimento, le merci sono in movimento, le persone sono in movimento. Ma è certamente importante.

Dall’altra parte è stata inferiore di 100 tonnellate la quantità di carne suina arrivata in Italia dagli Usa. La Coldiretti coglie subito l’occasione per ribadire un concetto molto importante: etichetattura e indicazione della provenienza delle carni suine in Italia. Etichetattura che dovrebbe essere estesa a tutti i prodotti alimentari, come già fatto per le olive impiegate nell’extravergine (partenza: luglio 2009).

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A differenza di altri prodotti del settore alimentare (beverage, wine, food), la birra sembra avere un passo differente.

In periodi di crisi i consumi subiscono un rallentamento. A volte, anche molto marcato come sta accadendo proprio in questi mesi. Un’altra cosa che accade è che l’orientamento dei consumatori si sposta verso prodotti a più bassa qualità (minor costo). In queste occasioni, spuntano quindi nuovi player, piccoli diventano medi o grandi e così via. Anche nel vino.

Lo stesso non è successo per la birra. Almeno, stando ai dati del 2008. La crisi ha rafforzato le birre di fascia superiore, mentre ha affossato le birre a prezzi più bassi e di più bassa qualità.

Vendita di birra al ribasso nei discount sparsi per la penisola, quindi e più attenzione alla qualità. Ma i segnalo non sono comunque tutti positivi, però: il volume totale di vendita sarebbe comunque in calo.

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Quest’anno mi sarebbe piaciuto moltissimo andare al Vinitaly 2009. Avevo ricevuto diversi inviti da amici produttori di vino e forse non mi sarà possibile andare. In ogni caso non è ancora detta l’ultima parola.

Vinitaly è ormai una delle manifestazioni di punta del settore, con oltre 4200 espositori da circa 35 nazioni diverse, e quasi 160000 visitatori specializzati dei quali una larga parte provenienti da ben 110 paesi (dati della manifestazione 2008). Confermate le partnership con Agrifood, SOL, Enolitech e diverse altre aziende sponsor.

Concorsi, degustazioni, spazi dedicati ai non operatori professionali ma ai semplici appassionati, Vinitaly Tour, presentazione di ricerche e tanto altro.

Unica pecca dell’organizzazione: sarebbe stato certamente positivo consentire l’accredito anche ai blogger specializzati e non solo ai giornalisti iscritti all’ordine. Sono ormai moltissime le manifestazioni a carattere internazionale che equiparano blogger e giornalisti, mentre il Vinitaly si tiene ancora lontano da questa possibilità. Chissà, però, che per l’edizione 2010 non ci sia qualche novità.

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In questi giorni mi trovo a Marsiglia e un po’ ovunque – qui – non si fa che parlare della guida Michelin. Il tema di quest’anno è la crisi della ristorazione (avvertita in modo molto forte anche qui in Francia, oltre che da noi in Italia), crisi alla quale la guida Michelin ha cercato di rispondere. Se i clienti cercano di risparmiare nella scelta del ristoranti in cui andare a pranzare o cenare e preferiscono un certo tipo di cucina, la guida fa lo stesso e seleziona stelle e nuovi inserimenti su parametri di concretezza, prediligendo le tavole semplici agli artifici e ai giochi di magia.

Dal Chassagnette a pochi passi da qui in Camargue al Rabanel di Arles, tutti i locali premiati mettono al centro la qualità dei prodotti e la semplicità dell’offerta. La tendenza generale è questa. In calo la cucina molecolare, finite le mousse. I clienti vogliono concretezza.

Tornano alla carica legumi, pesce, volatili. Il cliente, in tempi di crisi, fugge quella che qui chiamano la cuisine gadget. E in Italia, come si risponde alla crisi?

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Se sei il possessore di un bar, o in generale di un esercizio pubblico, o se hai intenzione di aprirne uno nel 2009 e intendi mettere a disposizione dei tuoi clienti dei PC dotati di connessione internet, sappi che è stata prorogato per tutto l’anno in corso l’obbligo dell’autorizzazione da parte del questore, al quale andrà inoltrata l’apposita richiesta. Questo in base al decreto Pisanu sulla sicurezza e la lotta al terrorismo.

L’esercente ha inoltre l’obbligo di tenere un registro contenete i dati dei clienti che utilizzano la connessione del locale, i quali dovranno essere identificati in modo certo (carta d’identità o numero di cellulare), e di conservare la traccia (i file di log) dei siti consultati dai propri clienti, mettendoli a disposizione dell’autorità giudiziaria nei casi in cui questa ne faccia richiesta.

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Sarebbero 50 i chilogrammi di pomodori rinvenuti e sequestrati dai carabinieri in Irpinia. Pomodori già lavorati, e chiusi in scatola 10 anni fa. Le provincie coinvolte dal grossista nel cui magazzino è stata trovata la merce scaduta e comunque immessa nel mercato sarebbero quelle di Avellino e Foggia.

Ma nel magazzino hanno trovato merce scaduta per un totale di 2,5 tonnellate. Non solo pomodori, quindi, ma tanta altra roba che veniva venduta negli scaffali e presso alcuni ristoranti della zona, i cui clienti – soprattutto chi tra questi optava per la pizza – consumavano ignari.

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Michele Ossino Fisicaro è probabilmente già diventato famoso. Solo che forse non lo sa nemmeno. Il signor Fisicaro è un produttore agricolo di Lentini, un paese che dista solo pochi chilometri da Paternò, paese in cui abito. Siamo in provincia di Catania. Paternò e Lentini (ma non solo) erano famosissime un tempo per la loro produzione di agrumi. Migliaia di persone e moltissime famiglie si sono sostenute  per decenni grazie alla terra e alla coltivazione delle arance. Quelle arance rosse che oggi sono quasi una leggenda e  – a volte – solo un’etichetta su una rete di color rosso.

Il signor Fisicaro, a un certo punto, si è stufato di far parte di un sistema distributivo che lo penalizzava fortemente (lui, come tutti i coltivatori) e ha deciso di far da solo. Ha inviato una mail a centinaia e centinai a di indirizzi, inserendo le foto delle sue arance, le caratteristiche e i prezzi di vendita. La sua iniziativa ha fatto il giro della rete, segnalato oggi da Antonio Tombolini, che ha acquistato un po’ delle sue arance, e poi da Retail Forum e adesso da eRistoranti. Molti GAS (gruppi di acquisto solidale) hanno pensato bene di comprare una certa quantità delle arance del signor Fisicaro e molti altri sono seguiti e seguiranno. Insomma, un’operazione ben riuscita, ma che non ci fa dimenticare i problemi che affliggono l’agricoltura siciliana e non solo.

Come scrivevo in un commento su Retail forum, ho a casa una cesta (molto grande) piena di ottimi mandarini. Solo a vederli si capisce che sono buonissimi, e mangiandoli se ne assapora la dolcezza. Per non parlare del loro odore che ha ormai riempito piacevolmente la mia cucina. Ebbene, questi mandarini sono un dono di un mio parente, che – per così dire – li coltiva. Dico così perché in realtà quei mandarini (ripeto, di qualità molto superiore a quelli messi in mercato) non hanno dei buoni canali distributivi e di vendita e non finiranno mai nelle tavole di ogni parte d’Italia. Al contrario, rimarranno negli alberi e poi finiranno, marci, al suolo, semplicemente perché non vale la pena nemmeno raccoglierli.

Questo è il problema di fondo, che necessita una risoluzione efficace e veloce per chi di quei prodotti deve vivere (i contadini) e per chi (noi acquirenti) si aspetta di trovare sulla propria tavola un prodotto di qualità a un prezzo ragionevole.

Nota: per chi fosse interessato alle arance del signor Fisicaro, linko questo documento pubblicato su RetailForum dove sono enunciate le condizioni di vendita e spedizione. Un consiglio: acquistatele. Sono davvero ottime.

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Chiude il Rododendro di Mary Barale. Lo chef Walter Eynard chiude il suo locale  per cucinare solo a prenotazione. Insomma, il 2009 non sembra essere iniziato affatto bene. Vero è che con la crisi che tutto il mondo sta vivendo e che nel corso di questo nuovo anno farà ancora sentire i suoi terribili effetti, nessuno poteva immaginare l’immunità di qualche figura professionale o attività lavorativa, però…

Però, la profezia (fatta da Oscar Farinetti) secondo la quale nel 2009 un terzo dei ristoranti attivi chiuderà i battenti, fa davvero paura. Tutti, naturalmente, compreso Farinetti, sperano che la profezia non si avveri. Ma esistono delle difficoltà oggettive, legate innanzitutto ai costi.

L’ipotesi (in alcune zone d’Italia una realtà) dei ristorante “low cost”, senza il costo dei coperti, dei camerieri, e altro, sembra consolidarsi. Ed è certamente una via percorribile.

Guardando alle recenti feste natalizie, ancora non del tutto trascorse, e gettando un occhio all’indagine di cui abbiamo già parlato sul rapporto tra esercizi aperti e numero di clienti, voglio chiedere ai ristoratori di fare un piccolo bilancio. Come è andato il Natale 2008 per il vostro ristorante?

Rispondete pure nei commenti a questo post.

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Menu per il Cenone di Capodanno | Si può fare con 10 euro?

Scritto da Antonio On dicembre - 30 - 2008 1 commento

E’ inutile. La crisi dell’ultimo anno non è affatto virtuale e gli italiani devono fare i conti con lei anche a tavola. Abbiamo già parlato in un post precedente di un fatto singolare e che fa pensare, ovvero più ristoranti aperti quaest’anno e meno clienti, oggi parliamo invece del cenone di capodanno.

Il sito Pricesharing.it ha pubblicato un interessante articolo proprio su questo tema. Imbandire un cenone di capodanno spendendo dieci euro a persona. Sembra un’illusione, vero? Basta però leggersi l’articolo per rendersi conto che i pranzi pantagruelici in cui si mangia e consuma di tutto e in grande quantità sono un fatto del passato (oltretutto fa bene alla salute non appesantirsi a tavola) e che limitando le quantità (e non la qualità) è possibile mangiare bene e spendere poco. Per il menù completo vi rimando all’articolo e ne approfitto per augurare a tutti voi (a proposito, crescete in numero giorno dopo giorno e di questo sono molto contento) un gustoso cenone di fine anno e un sereno 2009.

Link all’articolo di Procesharing

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Natale 2008. Più ristoranti aperti, meno clienti.

Scritto da Antonio On dicembre - 25 - 2008 1 commento

Crisi. Incute timore e si fa sentire nell’aria anche nel corso di queste feste natalizie. Ma gli italiani difficilmente rinunciano ad andare al ristorante e infatti si registra da più parti il tutto esaurito nonostante sia stato confermato il dato di avventori rispetto allo scorso anno: -1,5%. Notizia FIPE.

E sempre dalla FIPE, arrivano queste parole di Lino Enrico Stoppani: “Da parte nostra cerchiamo di fare del nostro meglio per far pesare il meno possibile il clima difficile ai nostri clienti. Il Natale è uno dei momenti in cui il valore del cibo assume una rilevanza maggiore rispetto agli altri momenti. Non possiamo permettere che le nostre tradizioni vengano spazzate via dai venti impetuosi della finanza e dell’economia“.

Aperti a Natale 53.000 ristoranti (più del 72% del totale degli esercizi italiani), circa il 3% in più rispetto al 2007. Tirando un po’ le somme, meno clienti a fronte di un numero maggiore di attività aperte. La media per il pranzo di Natale in ristorante si aggira intorno ai 40 euro, anche questo dato in ribasso rispetto al 2007.

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I fatti risalirebbero ad almeno settembre scorso. Oggi, però, l’allarme è tornato rosso e tutti, giornali, telegiornali e blog, ne riparlano.

L’Irlanda è il paese da cui parte quest’ultimo piccolo terremoto alimentare, anche se la contaminazione da diossina riguarderebbe solamente lo 0,3% del totale delle carni di maiale importate. In Italia, dicono Cia e Coldiretti, “gli allevamenti sono sicuri e le produzioni di qualità“.

Comunque, alle frontiere continuano i controlli sulla carne suina in ingresso ed entro oggi si potrebbero avere dati più certi sulla eventuale presenza di alimenti contaminati nei banconi dei nostri supermercati. In ogni caso, l’esportazione qui da noi di carne suina irlandese è davvero limitata e non dovrebbe esserci alcun rischio.

Il fatto

La causa della contaminazione sarebbe l’olio utilizzato negli impianti di trasformazione degli scarti alimentari in cibo per suini da parte di una ditta irlandese di produzione di mangimi, la Millstream Power Recycling. La contaminazione riguarderebbe i suini di circa 47 allevamenti, a cui si aggiungerebbero altri 9 allevamenti dell’Irlanda del Nord.

Cia e Coldiretti, in ogni caso, aggiungono che l’Italia dovrebbe essere stata immune dalla contaminazione. L’Aduc, però, aggiunge che è necessaria prudenza e consiglia di limitare l’uso di carne suina almeno fino a quando non saranno resi noti i risultati delle analisi in corso.

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